giovedì 15 marzo 2012

QUALE CARCERE?

Cos'è il carcere oggi se non un non-luogo, un posto in cui nascondere il disagio sociale? Quando i nostri padri costituenti scrissero la Carta (art.27) pensavano ad un carcere umano, un carcere in cui la persona doveva essere accompagnata, seguita, istruita, non lasciata abbandonata a se stessa, non torturata da prassi burocratiche e dalla mania securitaria di custodi troppo zelanti e poco capaci di empatia.Parlare di ri-educazione oggi è come parlare dell'isola che non c'è poichè le persone preposte alla "gestione" dell'esecuzione della pena detentiva si sentono parti di un sistema autoreferenziale difficile da comprendere dall'esterno. Solo limitando l'autoreferenzialità è possibile pensare ad un carcere diverso. Ma, d'altra parte, l'autoreferenzialità è correlata indissolubilmente al potere, per cui limitare l'atteggiamento autoreferenziale significa togliere potere a chi è nel sistema delle pene. Nessuna persona del sistema accetterà mai qualsiasi istanza di cambiamento proveniente dall'esterno se questo inciderà sul sistema di potere esistente all'interno.Allora è alla società civile, soprattutto quella organizzata, che spetta di agire: dovrebbe "adottare" il carcere e gestire alcune attività che il carcere da solo non può fare, penso, per esempio, all'istruzione, alla formazione, all'accompagnamento (to care), allo sport, alle attività lavorative ecc. Solo se saremo in grado di trasformare il carcere in un luogo di formazione della persona potremo sperare che il carcere diventi strumento idoneo alla sicurezza dei cittadini e alla ri-abilitazione dei suoi ospiti. 

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