martedì 6 marzo 2012

LA PRATICA DELLA VITA CARCERARIA (Parte III)


6. Le regole dell’ora d’aria e altri spazi in comune

   Il cortile è uno dei spazi in comune in cui si svolge la vita carceraria. Il periodo di tempo in cui tutti i detenuti possono uscire dalla struttura muraria è comunemente conosciuto come ora d’aria, in realtà sono, solitamente, due ore la mattina e due ore il pomeriggio. Altri spazi in comune possono essere lasaletta, una stanza a cui si accede per circa un’ora al giorno, di solito tra le 17 e le 19, dove si può giocare a calciobalilla, dama o scacchi, carte. È  l’ora di socialità. Se la struttura carceraria non permette un luogo in comune, spesso si usa il corridoio dei piani per l’ora di socialità (come nel carcere di Bari). In questo caso è solo una semplice uscita in massa dalle celle, in quanto non è possibile avere alcun tipo di svago, se non chiacchierare con compagni chiusi in celle diverse. In qualche carcere è possibile accedere a palestre per l’attività fisica, anche se non tutti i detenuti possono parteciparvi per via di regole istituzionali che limitano l’accesso ad un numero specifico di persone. Altri spazi in comune sono le aule adibite alle lezioni scolastiche. Tutti i carceri hanno i corsi per scuola elementare e media, molti per scuola superiore, altri per corsi universitari. Un altro spazio è il locale delle docce, a cui si accede pochi per volta.
   Lo spazio più sottoposto alle regole comunitarie è quello previsto per l’ora d’aria. Spesso nello stesso cortile scendono detenuti di più padiglioni, che non hanno contatti personali durante le altre ore della giornata, se non a scuola, dove questa esiste, o in Chiesa. L’aria, come è comunemente chiamato lo spazio in cui si svolge l’ora d’aria, è un luogo particolarmente importante, non solo perché è il momento in cui si respira aria “libera”, in cui si fa ginnastica, si gioca a calcetto, si ha la possibilità di stare in solitudine, lontano dal gruppo della propria cella, si conoscono detenuti di altre sezioni, ma è anche il luogo dove si percepisce, paradossalmente, l’aspetto totalizzante e inglobante della vita carceraria.
   Se si osservano gli atteggiamenti e i movimenti di tutti i detenuti presenti si scorge una certa somiglianza in tutti. Tutti fanno le stesse cose: passeggiano, parlano, gesticolano, guardano allo stesso modo, secondo uno schema comportamentale fisso. Esiste una conformità pazzesca e solo un occhio “esperto” coglie la differenza di atteggiamenti tra l’uno è l’altro detenuto. Alla base di tale conformismo ci sono delle consuetudini, diventate poi delle regole comunitarie ben precise, che provengono da molto lontano nel tempo e che sono diventate delle vere e proprie “norme di rispetto”.
   Tutti vanno su e giù per l’aria con passo svelto, come se avessero tutti fretta. Probabilmente è un atteggiamento psicologico, una sorta di sfogo spontaneo contro le lunghe ore passate in cella. Si arriva alla parete del muro di cinta e si torna indietro fino all’altra parete. È difficile vedere che qualche gruppo compia dei giri intorno all’aria, soprattutto se essa è piccola, in quanto limiterebbe lo spazio disponibile per tutti. A prima vista sembrerebbe quasi tutto normale, ma osservando bene si vedono gesti oculati, attenti, che col tempo diventano automatismi. È necessario un esempio: immaginiamo che due compagni passeggino insieme. Quando si arriva alla parete e si deve tornare indietro, non si deve mai dare le spalle all’amico, ossia il movimento che si deve fare è sempre verso l’interno, quasi a guardarsi in faccia. Nel caso le persone che passeggiano siano tre, quelli esterni voltano sempre verso l’interno, non dando le spalle a colui che si trova al centro, mentre chi è al centro “deve” non dare le spalle una volta all’uno, una volta all’altro, ossia deve “distribuire equamente il suo gesto di rispetto” ai due compagni. Ecco che si ripresenta ancora una volta la predominanza della formalità rispetto alla sostanza, formalità ipocritamente enfatizzata.
   Altro esempio di questo tipo, rimanendo nello stesso campo, è il non intralciare mai il passo di chi cammina o intersecarsi con esso; infatti, i gruppi camminano tutti nella stessa direzione e mai in modo che la loro traiettoria formi teoricamente una croce (fonte di sfortuna); tutti verso la stessa direzione, orizzontale o verticale. Se una persona dovesse attraversare, per qualsiasi motivo, da un angolo all’altro dell’aria verticalmente alla direzione di passeggio, “deve” fermarsi e “dare la precedenza” a chi passeggia e attraversare sempre alle loro spalle. Quando gli spazi sono ristretti ed è inevitabile attraversare davanti ai gruppi perché sono uno dietro l’altro, allora è necessario intuire quale dei gruppi è più importante nella gerarchia di potere ed evitarlo; comunque si chiede scusa al gruppo di cui si intralcia il passo e si attraversa. È riposta molta attenzione anche al modo di camminare stando dietro ad un altro gruppo, soprattutto quando l’aria è piccola. Si cammina a distanza di sicurezza, nel senso che, fermo restando che i discorsi di un gruppo non devono essere ascoltati da un altro gruppo, bisogna stare attenti a quando il gruppo che si ha davanti ha intenzione di tornare indietro, di modo che si possa girare prima di esso. Questo modo di camminare tende ad evitare che due persone, quelle ai lati del gruppo, si tocchino e si disturbino nel loro passeggiare. Visti gli spazi ristretti, tali regole possono sembrare inevitabili e giuste, anzi lo sarebbero, se non fosse che sono caricate di un significato, oserei dire, mafioso. Infatti la loro “giustezza” deriva esclusivamente dal fatto che sono una forma di rispetto verso i propri compagni. In realtà esso è riservato a persone altamente integrate nell’ambiente e non ai “pivelli”, i quali sono tenuti a rispettare le regole più degli altri. Anzi sono proprio rivolti verso questi ultimi i numerosi “richiami al rispetto”, magari ad alta voce in modo che gli altri ascoltano e si comportano di conseguenza.
   Una piccola attenzione è necessario dedicarla al locale delle docce. Innanzitutto, non credo esistano abusi sessuali nelle carceri italiane, anzi è tassativamente vietato fare la doccia nudi, come è naturale in qualsiasi spogliatoio maschile ( per esempio gli spogliatoi degli stadi). Questa è una regola essenziale e particolare. Il non rispetto di essa determina a volte una pena corporale assai punitiva. La giustificazione di essa sta nel forte attaccamento al “senso del pudore”, per cui è vietato mostrare qualsiasi organo che faccia riferimento al sesso. Le mutande si tolgono dopo aver indossato l’accappatoio o un grande asciugamano, magari dando le spalle agli altri. Questa abitudine viene da molto lontano negli anni e credo che l’importanza del pudore è data dal fatto che molte regole vengono da una società patriarcale dove il senso del pudore ne è una caratteristica. Comunque anche questo atteggiamento sta cambiando con gli anni, con le nuove generazioni, mentre la presenza degli stranieri non è stato un elemento di cambiamento in quanto hanno subito assimilato e fatto proprio l’atteggiamento autoctono.
   In caso di fila l’entrata in doccia era gerarchica fino a qualche anno fa (almeno al sud), prima i boss e via via a scalare. Non era una regola la cui infrazione generava una sanzione punitiva, ma questo atteggiamento era rispettato da tutti per convenzione e per “rispetto” di chi deteneva il potere. Spesso si faceva la fila per ore e si finiva per fare la doccia con l’acqua fredda.
Il locale delle docce è anche il locale in cui è più facile che si eseguano molte delle pene corporali o leconserve, in quanto è quasi sempre situato in luoghi poco controllati dagli agenti di custodia.
   Gli altri spazi in comune sopra menzionati non sono sottoposti a regole particolari. Valgono le regole di buona educazione, anche se è da tener presente che spesso tali regole valgono soltanto per poche persone.


7. I rapporti con lo staff carcerario

   Lo staff carcerario è composto da tutte le figure professionali che operano all’interno del carcere. Esse operano per aree: l’area educativa o trattamentale, l’area sanitaria, l’area della sicurezza e dell’ordine, l’area di segreteria e l’area amministrativo-contabile. Dal punto di vista del detenuto le figure più importanti sono gli educatori che costituiscono i mediatori tra le risorse e le opportunità offerte dall’istituzione e la disponibilità dei reclusi a fruirne. Egli «dovrebbe rappresentare il volto umano dell’istituzione penitenziaria, dal momento che dovrebbe essere disposto a comprendere i problemi e le difficoltà che la situazione detentiva comporta»[1]; ma anche l’assistente sociale che «può essere considerato il ponte tra carcere e società, dal momento che si occupa prevalentemente dell’attività di trattamento che si svolge all’esterno dell’istituto, in particolare in riferimento alle misure alternative alla detenzione»[2].
   Le figure però che più interessano in questa sede sono quelle preposte all’area della sicurezza e dell’ordine, principalmente gli agenti di custodia in quanto sono quotidianamente a contatto diretto con i detenuti. Il loro compito principale consiste nel far rispettare il regolamento penitenziario, prevenire il nascere di conflitti tra detenuti, il controllo costante degli spazi in comune e delle celle attraverso le “perquisizioni ambientali”. Spesso il loro lavoro li porta ad avere contrasti, più o meno significativi, con i detenuti, tenendo presente che esiste una contrapposizione di fondo tra la figura del detenuto e quella dell’agente, «due mondi sociali e culturali diversi [che] procedono fianco a fianco, urtandosi l’un l’altro con qualche punto di contatto di carattere ufficiale, ma con ben poche possibilità di penetrazione reciproca»[3]. Così gli agenti diventano le guardie, in senso dispregiativo. Un detenuto è costretto a rivolgersi a loro per qualsiasi cosa: per accendere o spegnere la luce della cella (dal 2000 l’interruttore dovrebbe essere disposto in tutte le celle, ma non tutti i carceri si sono ancora adeguati a questa direttiva ministeriale), per la corrispondenza con l’esterno, per andare all’aria, ecc.; per fare richieste solitamente si fa ricorso alla domandina, cosa in sé molto frustrante perché spesso non si ha risposta.
   È improprio parlare di norme ben individuate regolanti i rapporti tra detenuti e agenti, ad eccezione di alcune che si vedranno di seguito. Anche in questo caso è necessario far ricorso alla pratica carceraria. Le poche regole riguardano più che altro il comportamento che un carcerato deve tassativamente osservare in particolari situazioni che saranno analizzate specificatamente una per una.
   Solitamente ci si rivolge agli agenti dando del lei, non solo per educazione ma anche per mantenere le distanze da un ruolo non molto “simpatico”. La forma della richiesta è quasi standardizzata: «Mi scusi, agente, posso…?...potrei…?...é possibile…?...é lecito…?... mi farebbe una gentilezza?» Rivolgersi in questo modo è percepito dalle guardie come una specie di sottomissione ed esalta il loro ruolo di “educatori”; da parte del detenuto è visto come uno strumento per ottenere più facilmente soddisfazioni alla propria richiesta. Certamente non si può generalizzare, tutto dipende dalla cultura personale di entrambi i soggetti. Una cosa è certa: il modo di rivolgersi è molto importante ed anche chi non è predisposto culturalmente alla gentilezza e al rispetto, alla fine li usa per i propri scopi pratici. Il carcere è un grande mondo di personalità diverse e bisogna fare i conti col fatto che sono concentrate in un ambiente molto ristretto. I conflitti di personalità sono all’ordine del giorno e la forma è molto importante per evitarli. Col passar del tempo, ogni detenuto conosce ogni agente, il suo carattere e il suo modo di agire. Così si evita di fare delle richieste quando l’agente di riferimento per le stesse è visto come ostile; addirittura si evita, se istigato (succede spesso) di reagire in modo sgarbato. Al contrario, si approfitta quando l’agente è una persona più sensibile, più predisposto ad ascoltare. La predisposizione dell’agente dipende anche dalla personalità del detenuto, dal suo comportamento durante tutto il periodo della detenzione. Le guardie conoscono tutti, hanno a disposizione i fascicoli di ognuno, facilmente consultabili. Anche loro assumono comportamenti diversi a seconda del detenuto e delle  circostanze, favorevoli o meno ad assumere un atteggiamento adeguato alla situazione. Anche i semplici gesti quotidiani hanno molta importanza nelle relazioni tra agenti e detenuti e sono determinanti a farsi un’idea dell’altro: il modo di aprire la posta e il modo di riceverla, i movimenti delle mani nel dialogo, il tono della voce nel chiamare l’altro, ecc.
   I rapporti tra agenti e detenuti sono sempre sotto gli occhi di tutti, anche i dialoghi avvengono in presenza di altre persone, siano esse guardie o carcerati. È qui che influiscono quelli che si possono definire i “suggerimenti comportamentali”, che spesso il detenuto li percepisce come “norme comportamentali” imposte dal conformismo della comunità carceraria. Possono essere qualificate comenorme proscrittive:
  • non parlare mai da soli e sottovoce con le guardie;
  • non ricorrere mai alle guardie in caso di conflitti con altri detenuti;
  • in caso di contese verbali tra guardie e detenuti, nessun detenuto terzo deve intromettersi per sostenere le tesi o le ragioni dell’agente, che siano esse giuste o sbagliate; è consentito, altresì, fare il contrario.
Il primo suggerimento evidenzia in modo esplicito il timore di delazione, di spiata, sottolineando la mancanza di senso di fedeltà al “sistema comunitario”. La delazione o, come comunemente è chiamata, l’infamità è una operazione che avviene spesso in un carcere, accrescendo il senso di insicurezza tra i carcerati. Il sospetto è uno spettro che si aggira nell’aria rendendola pesante; i movimenti di ognuno sono costantemente controllati da tutti, per cui è difficile sottrarsi alla vista. Parlare ad alta voce con l’agente di turno è il modo migliore per evitare stigmatizzazioni non supportate da fatti. È un marchio che, se bene attecchito, comporterà l’isolamento e l’emarginazione da parte di tutti; spesso le conseguenze sono spiacevoli tanto che si è costretti a cambiare sezione, anche se la posizione nella comunità non cambia poi tanto.
   Anche quando si va in udienza dal Direttore o dall’Ispettore (naturalmente tramite domandina) per più di una volta in un breve periodo, magari legittimamente per risolvere un problema personale, se non si è una persona di sicura affidabilità, c’è il rischio di essere etichettati come persona “strana”; questo comporta una certa emarginazione da discorsi che possono essere compromettenti. Solo dimostrando la propria buona fede si può evitare l’isolamento dagli altri. È auspicabile che prima di andare in udienza si dica il vero motivo a qualche detenuto più vicino, in modo che costui, che sarà contattato sicuramente dagli altri per chiedere spiegazioni in merito, possa sostenere l’inesistenza della mala fede.
   Il secondo suggerimento riguarda i casi di contrasti tra detenuti, che possono essere di vario tipo. Un dissidio che spesso esiste può essere quello riguardante il volume del televisore, soprattutto nelle tarde ore serali in cui tutti sono chiusi nelle proprie celle e non si ha la possibilità di dirlo direttamente all’interessato: non si può chiamare la guardia per far abbassare il volume del televisore; è preferibile aspettare la mattina successiva e dirlo direttamente all’interessato. Questo tipo di atteggiamento, che è un caso particolare di un principio generale secondo cui non bisogna mai coinvolgere in alcun modo le istituzioni nei conflitti interpersonali o tra gruppi,  è da evitare in quanto non si può mettere un qualsiasi detenuto in cattiva luce con l’agente, solitamente predisposto ad un richiamo verbale per il disturbo arrecato agli altri. È più accettabile il richiamo da parte del detenuto che da una guardia. Il fatto di essere disposti a chiamare l’agente per una così stupida questione porta la maggior parte dei detenuti a fare questo ragionamento: «Se costui fa ricorso alle guardia per una stupidata, e dovesse succedere qualcosa di più grosso, cosa sarà disposto a fare?»
   Uno dei casi in cui fare ricorso alla guardia è veramente considerato un’infamità è quello in cui si è oggetto di conserva, e in tutti quei casi in cui si arriva a regolare le questioni con le mani. La regola del vero carcerato vuole che in questi casi bisogna essere “cristiani” (veri uomini) e accettare le conseguenze. Anzi, se la conserva viene praticata per questioni personali e chi la subisce la accetta, allora questa persona sarà, paradossalmente, in seguito rispettata, forse ancora più di prima, come un vero Cristiano (nel gergo meridionale intramurario vuol dire “vero uomo”). Naturalmente il ricorso alle autorità è tassativamente sanzionato con l’esilio alla “sezione precauzionale”. Naturalmente farà la stessa fine chi, pur non essendo oggetto di cappotta ma spettatore inconsapevole, denuncerà il fatto alle guardie.
   Il terzo suggerimento ha come oggetto la disputa verbale, e non solo, tra un agente e un detenuto. Succede molto spesso e, di solito, davanti a terzi. Sostenere la tesi dell’agente è percepito come un affronto verso il detenuto, che si sente offeso dall’atteggiamento sfavorevole di un suo simile. Il fatto di averlo fatto davanti all’agente è ancora più umiliante, perché lo fa sentire più piccolo, meno importante. D’altra parte la guardia acquista ancora più coraggio e potrebbe sanzionare con più facilità il detenuto. La soluzione è quella di allontanarsi e far finta di niente o, al massimo, quella di cercare di riportare la pace tra i due contendenti, anche se è opportuno non farlo (non si sa mai ciò che possono pensare gli altri). Se proprio si vuole evidenziare che il “compagno” è in torto, è meglio farlo in privato. Questo tipo di atteggiamento probabilmente esiste anche tra lo staff, ed ha la stessa valenza simbolica: dimostrare la superiorità della propria “classe” di appartenenza.

  8. “Biciclette” e “conserve”

   La “tragedia” o la “bicicletta” sono molto spesso il prodotto dell’invidia. I due termini sono simili. “Montare una bicicletta o una tragedia” consiste nel mettere due detenuti uno contro l’altro, magari convincendo uno dei due che l’altro sta tramando qualcosa contro di lui. Le conseguenze possono anche essere disastrose e non sono poche le volte che due persone si sono addirittura accoltellate per una inesistente causa. Non solo, ma se uno di loro è stato accusato di una cosa grave, come, per esempio, l’aver insultato in passato la moglie dell’altro o l’aver riferito qualcosa a qualcuno che non doveva, e nel caso in cui non riuscirà a dimostrare il contrario, sarà etichettato come “non buono”, come deviante, anche se innocente, con la conseguenza che le sue vecchie qualità migliori saranno ben presto dimenticate e sarà ricordato solo per la qualità peggiore. Oltre il danno la beffa: sarà costretto ad andare nella “sezione degli infami”.
   “Montare una bicicletta” è anche molto pericoloso perché se qualcuno riesce a dimostrare l’avvenuta “montatura”, il biciclettaro, oltre che essere considerato alla stessa stregua degli infami, e quindi mandato via dalla sezione di appartenenza, sarà anche passibile di “conserva” o “cappotta”. Altri due termini simili che indicano una dura aggressione da parte di più detenuti insieme. Il termine cappottaderiva dal fatto che gli aggressori stanno sull’aggredito come la cappotte di una auto (negli anni ’80 si buttava anche una coperta sull’aggredito per non farsi riconoscere), mentre conserva deriva dal fatto che la perdita di sangue dell’aggredito sul pavimento è simile alla conserva di pomodoro.
   Questo tipo di pena corporale è la sanzione più dura fisicamente, anche se non lo è moralmente, in cui un detenuto può incorrere (ormai gli omicidi o gli accoltellamenti sono rari in carcere, direi quasi inesistenti). Teoricamente la decisione di infliggere la “conserva” spetta al boss di turno, ma sono così delimitati i casi in cui si ricorre ad essa che tutti si sentono in diritto, in caso essi stessi vittime innocenti di “biciclette”, di organizzarla ai danni del “biciclettaro”. Naturalmente il boss non può non essere al corrente di ciò che si sta preparando ed il suo non intervento giustifica la legittimità dell’azione. Solitamente questa avviene nell’ora d’aria, dove il gruppo che deve agire (spesso i componenti provengano da sezioni diverse) si dà appuntamento, ma può avvenire anche nei locali delle docce, luoghi solitamente poco controllati dalle guardie. Il fatto che la punizione avvenga all’aria, cioè in un luogo molto controllato, fa supporre che l’azione commessa dal “condannato alla conserva” è così grave che il gruppo è disposto anche a subire un’azione penale da parte delle autorità. Infatti, se scoperti gli autori saranno denunciati come minimo per maltrattamenti corporali o lesioni personali, oltre che a un periodo di isolamento diurno e a un eventuale trasferimento di carcere. Comunque si mettono in campo delle strategie che consistono nel coprire il più possibile l’azione punitiva, le quali spesso coinvolgono molte altre persone che sono presenti all’aria, anche se sono estranee alla vicenda. L’obiettivo è quello, se non di nascondere il tutto, di far confondere l’agente di guardia nel riconoscere gli autori dell’azione. Infatti è accaduto spesso che molti innocenti hanno pagato per azioni commesse da altri. Altre volte gli autori non vengono riconosciuti ed a pagare è la vittima dell’aggressione, che in questo modo paga due volte. Infatti, se non fa i nomi degli aggressori sarà lui ad essere trasferito di carcere o di sezione. La logica porterebbe a denunciare il proprio aggressore ma in carcere la denuncia è paragonata all’infamia e la vittima vuole dimostrare anche in questi frangenti di essere un Cristiano. Questo suo atteggiamento ridimensionerà in futuro la sua “cattiva” azione che aveva giustificato la “conserva”. Non sarà difficile rivederlo passeggiare con le stesse persone, autrici dell’azione punitiva. Non bisogna dimenticare, ovviamente, che se la vittima è il classico infame, cioè colui che ha denunciato penalmente un altro detenuto, non potrà mai più avere rapporti con la comunità.
   Quello descritto sopra è uno dei casi in cui si fa ricorso alla “cappotta”, ma ci sono altri che saranno ricordati nei prossimi paragrafi a mano a mano che si prenderanno in considerazione altre forme di “devianza tra i devianti”.

9. Errare o sbagliare?

   Questi due termini meritano un piccolo paragrafo a parte. In tutti i dizionari di lingua italiana il termine “errare” e suoi derivati è sinonimo di sbagliare e suoi derivati. Infatti  sbagliare significa: 1) Compiere un’azione ottenendo un risultato impreciso, non esatto, errato; 2) confondere una persona o una cosa con un’altra simile; 3) commettere un errore; 4) lavorare in modo impreciso; 5) comportarsi in modo non giusto, non adatto; 6) essere in errore, giudicare erroneamente[4].
   Nella cultura carceraria i due termini non definiscono la stessa cosa, anzi forse sono opposti. Il termine “sbagliare” si riferisce esclusivamente al comportamento di un individuo, ossia significa «comportarsi in modo non giusto». Se consideriamo che per un detenuto comportarsi in modo giusto è “essere omertoso”, è facile dedurre che «sbagliare = infamare». Il termine da usare correttamente nel linguaggio comune quindi è  (tassativamente) errare, secondo il principio per cui «solo gli infami e gli sbirri sbagliano»; per cui “errare” si usa in tutte le sue eccezioni riportate sopra, esclusa la n. 5, che è il significato di “sbagliare”.
   Se si guarda la cosa da profani sembra una stupidaggine, ma scegliere un termine piuttosto che l’altro in carcere può portare a delle conseguenze piuttosto gravi. Se, per esempio, giocando a calcetto, un compagno commette un errore nel fare un passaggio, non gli si può dire «hai sbagliato», la considererebbe un’offesa molto grossa, ma piuttosto «hai errato» o «hai fatto un errore». Le conseguenze che ne derivano dipendono innanzitutto dalla personalità della persona “offesa”, dal posto che occupa nella comunità, dal suo ruolo, dal suo carattere; ma anche da chi “offende”, dal suo ruolo, dalla sua personalità. Un detenuto altamente carcerizzato «non sbaglia mai a parlare» e se dovesse succedere chiede subito scusa e tutto finisce lì. Ad un “pivello” succede troppo spesso, a volte si sorvola e gli si spiega che linguaggio usare. Se si persevera nell’usare il linguaggio “sbagliato” spesso si arriva a risolvere la questione con le mani.









[1] Ronco D., A. A. 2001-02, tesi di laurea in Scienze politiche, Il trattamento penitenziario nella prospettiva della sociologia del carcere, Torino.

[2] Ivi.

[3] Goffman E., (1961), Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, pag. 39, Edizioni di Comunità, Torino.

[4] Zingarelli N., (2005), Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore, Bologna.

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